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Donne & previdenza – Una scelta consapevole

Le donne sono spesso penalizzate in fatto di pensione pubblica: motivo in più per occuparsi tempestivamente di questo tema e colmare le lacune previdenziali.

Foto: © Africa Studio – stock.adobe.com

Verena, 35 anni, è la tipica lavoratrice dipendente altoatesina. Insegnante di scuole superiori, attualmente è in aspettativa non retribuita per la nascita del secondo figlio, per il quale riceve il bonus bebè (il primo è già più grande) e, al suo rientro nel mondo del lavoro, avrà diritto a un posto di ruolo. Dal 2010 versa in un fondo di previdenza comple­mentare e dispone di un’abitazione di proprietà, pagata per metà. Quindi, tutto bene? Solo apparentemente. Infatti, nonostante il posto fisso ben retribuito, Verena è preoccupata per il suo futuro, in particolare per la pensione. “Non mi sento preparata”, afferma.

Povertà in vecchiaia, un fenomeno femminile

Di fatto, la povertà in vecchiaia è un rischio che riguarda in primo luogo le donne. Infatti, sono proprio loro, di regola, a interrompere la propria carriera per accudire i figli o i familiari bisognosi. Mediamente guadagnano meno degli uomini e spesso operano in ambiti retribuiti peggio; in aggiunta, i periodi di part-time o di assenza dal lavoro si ripercuotono negativamente sul calcolo della pensione. “È semplice: chi guadagna meno, versa meno contributi e alla fine ottiene una pensione inferiore”, ci informa Helmuth Renzler, esperto previdenziale.


I numeri parlano da sé

“Per riuscire ad andare in pensione prima dei 70 anni, attualmente le donne devono lavorare 41 anni e 10 mesi, gli uomini 42 anni e 10 mesi”, ci spiega Renzler. “Inoltre, chi si è iscritto per la prima volta a partire dal 1° gennaio 1996, deve aver maturato una pensione pari almeno a 2,8 volte l’assegno sociale dell’INPS, ovvero 1.290 euro”. Per ottenere un importo tale, bisogna aver versato nelle casse previ­denziali all’incirca 380.000 euro. Un impiegato provinciale, che guadagna annualmente 36.000 euro lordi, ma per dieci anni ha lavorato part-time, non raggiungerà i 1.290 euro e dovrà continuare a lavorare fino al raggiungimento di tale soglia o al momento in cui matura la pensione di vecchiaia. Dieci anni di part-time comportano pur sempre un dieci percento in meno di pensione, un bilancio amaro per molte donne alla fine della carriera lavorativa.

Previdenza e assicurazione sono temi che le madri non dovrebbero trascurare
Mutter mit ihrem Sohn

Riscatto degli anni di laurea

Dal febbraio 2019, esiste un’opzione economicamente vantaggiosa per riscattare gli anni di laurea (di regola, versando un importo fisso di 5.241,30 euro per ciascun anno di studio). Questi anni riscattati valgono, ai fini dei requisiti pen­sionistici, sia per l’accesso alla pensione che per l’ammontare della rendita. Nella legge di bilancio è prevista anche la possibilità di riscattare altri dieci anni di periodi non assicurati: ciò può tornare utile soprattutto a chi è stato occupato con con­tratti di lavoro a termine e presenta gravi lacune previdenziali.

 


Differenze di genere nella pensione

Un uomo altoatesino percepisce mediamente una pensione di vecchiaia di

1.433 euro al mese, contro i

735 euro della donna.

 


Correttivi necessari

Salvo che non abbiano provveduto per tempo. “Previdenza e assicurazioni sono due temi che ci stanno molto a cuore e che mettiamo sempre al centro delle nostre consulenze”, ci rivela Thomas Prieth, che assiste la clientela privata presso la Cassa Raiffeisen Prato-Tubre. Proprio le donne dovrebbero pensare per tempo a una forma di previdenza complementare, ad esempio, aderendo a Raiffeisen Fondo Pensione Aperto e facendovi confluire la quota a carico del lavoratore e quella a carico dell’azienda, il T.F.R. e ulteriori versamenti. Qualora la donna non disponga di un reddito, l’adesione al fondo può avvenire su base volontaria e l’importo di 5.164 euro può essere sfruttato come beneficio fiscale dal partner. Proprio le donne possono inoltre usufruire di ulteriori sovvenzioni da parte della Regione.

Fare previdenza per tutta la famiglia

Anche Verena è dell’avviso che il coniuge o il partner debba contribuire alla situazione previdenziale della donna, poiché quest’ultima rinuncia ad alcune opportunità professionali e ai conseguenti vantaggi economici, a beneficio della famiglia. “Oltre a un taglio della pensione di vecchiaia”, prosegue Markus Pretto, educatore finanziario certificato di Raiffeisen Servizi Assicurativi, “l’interruzione dei periodi lavorativi comporta anche una riduzione dell’assicurazione contro gli infortuni e la malattia, ma anche di quella ai superstiti che spetterebbe a coniuge e figli. Chi è assente dal mondo del lavoro per un periodo prolungato, è inoltre privo di copertura assicurativa in caso di gravi infortuni nel tempo libero che implicano un’invalidità del 66,6% o superiore”. Anche in questo caso, è essenziale una consulenza esaustiva.


Pensare responsabilmente al proprio futuro

Ogni situazione previdenziale è a sé stante, come emerge dal calcolo pensionistico
effettuato da un esperto. Per questo, le donne dovrebbero avvalersi di una consulenza professionale, che illustri loro le numerose possibilità per costruire una forma di previdenza complementare su misura. Oltre alla già citata adesione a un fondo pensione, le polizze vita e le assicurazioni pensionistiche sono elementi imprescindibili di una previdenza privata. Chi vuol essere certo di aver tutelato adeguatamente la propria famiglia anche in caso di morte, può scegliere una combinazione di assicurazione di capitalizzazione e sulla vita.
Secondo Prieth, i giovani possono anche sottoscrivere un piano di accumulo in fondi d’investimento, calibrando la componente azionaria in misura indirettamente proporzionale all’età. “Il pretesto che i piccoli importi non fanno la differenza”, prosegue, “non regge: chi investe 50 euro al mese per vent’anni, ipotizzando un rendimento medio, potrà accumulare un capitale di 25.500 euro, di cui oltre la metà è dato dall’incremento dovuto agli interessi”.
Naturalmente, prima si comincia a risparmiare e meglio è. “Nella nostra consulenza si richiama l’attenzione sulle possibilità di fare previdenza sin dalla nascita di un figlio”, sottolinea ancora Prieth, “e, poi, nel momento in cui il ragazzo o la ragazza passa dal libretto di risparmio al conto corrente, quindi al primo impiego e infine quando decide di sposarsi o metter su famiglia”. Nonostante un inizio tempestivo sia sempre più vantaggioso, anche chi è nella mezza età ha spazio per fare previdenza: sempre meglio che non fare nulla e lasciare il proprio futuro finanziario al caso.

PREVIDENZA – Chi ha figli è penalizzato

L’esperto previdenziale Helmuth Renzler mette in guardia dalle conseguenze del part-time. Sono soprattutto le donne e chi ha un reddito basso a subire l’iniqua regolamentazione pensionistica.

Sig. Renzler, le donne percepiscono stipendi inferiori rispetto agli uomini?
Helmuth Renzler. Non sempre. Nel pubblico impiego non si fanno distinzioni, poiché i contratti sono parificati. La differenza la fa la situazione familiare: spesso le donne lavorano part-time, fanno meno straordinari e non possono fare carriera, perché alcune posizioni direttive sono accessibili solo lavorando a tempo pieno.

Il risultato non cambia: le donne hanno una pensione inferiore.
Il sistema contributivo, in vigore dal 1996, stabilisce che la pen­sione dev’essere proporzionale ai contributi versati. Se lavoro part-time, verserò meno contri­buti e avrò una pensione inferiore.

 

Qualche anno di part-time non farà certo la differenza…
In alcuni casi, sì. Con il regime a ripartizione valido fino al 1996, il part-time non era un problema, perché non comportava grosse perdite. Oggi, invece, nella propria posizione previdenziale è necessario accumulare un determinato importo per poter andare in pensione. Chi, a fronte di uno stipendio medio, lavora dieci anni part-
time, fatica a raggiungere la cifra richiesta.

Ritiene che le donne ne siano consapevoli?
Non abbastanza. Oggi le donne non possono quasi più per­mettersi il part-time e quindi, in futuro, siamo destinati ad avere ancora più poveri tra gli anziani, anche tra gli uomini.

 

Crede che sia una situazione equa?
L’attuale disciplina è iniqua! Chi ha figli, al momento del pensiona­mento è penalizzato: o gli stipendi crescono o le dis­posizioni pensionistiche cambiano. Il parametro del 2,8 deve essere eliminato.

 

Cosa possiamo fare?
Per contrastare almeno in parte le conseguenze è necessario agire in prima persona, ad esempio, attraverso una forma di previdenza complementare, l’unica strada attualmente percorribile.